Mantegna e la Casa con le storie di Alessandro Magno a Mantova

Nel cuore di Mantova, a due passi dalla Concattedrale di S.Andrea, c’è una casa con una splendida facciata affrescata,  ciò che resta della Mantova tardo quattrocentesca.intera

Tra i tanti dipinti superstiti vi è raffigurato Alessandro Magno, con i suoi soldati, quattordici personaggi a grandezza naturale.
Quello che è straordinario è che tutto ciò che ha da raccontare questa casa, non lo raccontano i documenti, ma i dipinti stessi.
Nella materia che dà forma alle rappresentazioni è racchiusa la storia di cinque secoli.
E’ rimasta in silenzio per molto tempo finché il proprietario, Paolo Tallarico, cappellaio in questa casa, non ha voluto mettere mano al restauro.
Un restauro lungo e laborioso, iniziato nel 1992 e terminato nel 2001, che ha acceso un dibattito vivace e serrato su chi avesse dipinto quegli affreschi.
Come Restauratrice, chiamata a quelli’impresa, sono rimasta subito folgorata da quel poco che si poteva leggere dal basso, ma che già era sufficiente a far capire che si era in presenza di un’opera importante e di un Maestro altrettanto importante: due cieli in lapislazzuli, un colore magnifico e prezioso, usato con grande parsimonia per il suo alto costo e solo dai Maestri in persona, non dagli aiuti di bottega.alexdop1bis
Nel 1992 è cominciata quindi l’avventura, per arrestarne il degrado e cominciare a fare ipotesi.
Montata l’impalcatura, i dipinti sono risultati essere in gran parte di mano di un grande artista, che sapeva dipingere come se scolpisse, con “giornate” molto piccole e con particolari così minuziosi da non essere visibili se non da vicino.
Sembra il lavoro di un pittore ossessionato dalla perfezione, dal dettaglio, quasi che quei personaggi dovessero essere visti da vicino come un quadro, con la differenza che erano dipinti a 11 metri da terra!
La tecnica è una splendida tecnica ad affresco https://it.wikipedia.org/wiki/Affresco, padroneggiata con maestria, e con materiali ottimi e costosi.
La raffigurazione è epica: in una scena Alessandro Magno con i suoi soldati che si scaldano al fuoco dopo essere stati sorpresi da un fortunale, l’accampamento di tende sullo sfondo e un cielo di lapislazzuli.scena-totale
La seconda scena vede il profilo di una città con un grande arco trionfale, una targa “ S.P.Q.R”, si è ipotizzato fosse Roma, sullo sfondo un cielo di lapislazzuli anche qui.
La casa, nel suo insieme, non possiede altre decorazioni di così alto valore come la facciata e la rappresentazione stessa è troppo importante, anche per un ricco mercante.
Quindi la facciata di questa casa, che si pone sulla via principale che da Palazzo Ducale porta a Palazzo Te, le dimore dei Gonzaga, Marchesi e Duchi di Mantova, non poteva che essere un manifesto politico di Francesco II Gonzaga, marito di Isabella D’Este.
E l’artista di corte, dal 1460 al 1506, anno della sua morte, era Andrea Mantegna.
Sua la tecnica, suo il disegno quasi fosse un’incisione, sua la costruzione spaziale dei personaggi in circolo attorno ad un fuoco, che ormai si legge solo nelle tracce rimaste, suo il volto che sbuca da dietro agli altri personaggi, di profilo, col suo naso importante e il gran ciuffo sulla fronte.foto15
E allora sì che la sorpresa diventa grande, scoprire un Mantegna del quale si sono perse le tracce e che è sempre rimasto in vista sotto gli occhi di tutti!
Ma i dipinti raccontano anche la storia della città, degli eserciti che vi sono passati, della guerra, dell’industrializzazione.
Sempre mi sono interrogata su ogni singolo particolare di degrado che incontravo e quando ho osservato una serie di schiacciature tonde dell’intonaco, di circa 1 cm. di diametro, concentrate sui visi, sugli occhi dei personaggi, sui piccoli attributi dei putti nudi del fascione superiore, mi è venuto in mente di chiamare uno specialista: un esperto di armi antiche.testa-putto
Da lui ho avuto la conferma che quelli erano i segni dei pallettoni dei fucili napoleonici, perché Mantova fu conquistata agli Austriaci, al terzo assedio, nel 1797, dalle forze francesi, che forse si dilettarono al tiro a segno sulle facciate dipinte di città, a quell’epoca moltissime.
Di nuovo poi a interrogarsi sul perché non vi fossero testimonianze, documenti di questa importante facciata e, ancora una volta, all’osservazione diretta, la risposta è venuta dagli intonaci stessi: era pratica conservativa quella di dare, sulle superfici, una vernice a base di olio e di cera per preservare ciò che forse cominciava a degradarsi.
Ma l’olio e la cera scuriscono nel giro di pochi anni, quindi possiamo immaginare i bellissimi colori anneriti dallo strato di vernice.
Una conferma è venuta togliendo il pluviale che attraversava a metà la facciata: nella parte protetta e non dilavata dalla pioggia, il cielo azzurro di lapislazzuli non si leggeva, annerito dalla vernice.cielo
I dipinti sono perciò scomparsi alla vista di tutti, forse nei primi decenni dell’800, anneriti dall’olio e dalla cera.
Gli studiosi, quindi, non vi hanno fatto più caso, si è persa la memoria.
Poi l’industrializzazione, le piogge acide, che hanno cominciato a consumare quella spessa vernice nera, fino a far riemergere quegli splendidi cieli azzurri, ma troppo aggressiva per quegli intonaci delicati!
Anche l’ultima Guerra ha probabilmente contribuito a demolire piccoli brani di questa facciata: nel 1945 una bomba distrusse la casa addossata a S.Andrea, a poche decine di metri dalla nostra facciata. Possiamo solo immaginare l’onda d’urto e la nuvola di detriti che deve aver investito tutto l’isolato, lasciando però miracolosamente in piedi la nostra casa.
Leggere la storia su questi muri dipinti è andare a ritroso, lavorare come fanno i R.I.S., alla ricerca della verità, delle tracce, dei fatti, delle persone che si sono avvicendate, delle loro storie.
E tornando allora ad Andrea Mantegna, che nel 1495 affrescava questa facciata, quale spirito lo animava? Quale ossessione? Un’opera grandiosa e magnifica alla vista di tutti, non solo per i Marchesi e la loro Corte, quasi un grido.
Il Maestro che voleva polemicamente dimostrare a tutti, soprattutto alla marchesa Isabella, che allora gli preferiva i pittori veneti, più moderni, di essere ancora il più grande, l’interprete della classicità.
E noi, viaggiatori del ventunesimo secolo, ci troviamo a parteggiare per lui, capiamo le sue ansie, lo comprendiamo e ci facciamo permeare dai suoi splendidi personaggi, e ci commuoviamo ancora nel vedere la magnifica figura del condottiero Alessandro Magno, che campeggia a 11 metri da terra, che a dispetto di tutto e di tutti, è ancora lì.p3030014

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