Focus giovani artisti italiani 01 / Davide Mancini Zanchi

di Lorenzo Madaro

Davide Mancini Zanchi

Nella ricerca di Davide Mancini Zanchi (Urbino, 1986) s’individuano diverse linee di indagine che convergono – almeno nella maggior parte dei casi – nella dimensione aperta del “quadro”. Un territorio, quest’ultimo, da intendere nella sua accezione più articolata, come campo d’azione per interventi differenti che assorbono linguaggi e temperamenti plurali, sfociando ripetutamente nella struttura installativa. L’esperienza performativa e un approccio ironico, irriverente e al contempo studiato, intervengono all’unisono, assieme all’utilizzo di diversi materiali, per costituire un processo di decontestualizzazione di un’ipotetica realtà.

Davide Mancini Zanchi, Blitzen benz, installazione ambientale composta da opere singole e neon, dimensioni variabili
Davide Mancini Zanchi, Blitzen benz, installazione ambientale composta da opere singole e neon, dimensioni variabili

Decontestualizzare elementi d’uso quotidiano, agire con innata disinvoltura assorbendo e associando tra loro oggetti e materie, convergendo però a un approdo costante, eppure mutevole, quello della pittura e della sua medesima e perentoria negazione: si muove ormai da anni su questi flussi contigui il suo lavoro. Ma negare vuol dire anche, paradossalmente, affermare e sostenere dei valori condivisi di azzeramento e costruzione mentale e non solo.

Senza titolo, acrilico su tela, tela foderata su sezioni di telai e sezioni di telai, 125x100x35 cm
Davide Mancini Zanchi, Senza titolo, acrilico su tela, tela foderata su sezioni di telai e sezioni di telai, 125x100x35 cm

Osservando, come in una panoramica per forza di cose sintetica e veloce, le opere degli ultimi quattro anni, a partire da Tendina da doccia Ikea (2011), spunta a chiare lettere il duale approccio, da un lato ironico, dall’altro analitico – anche in termini formali –, dell’osservazione ravvicinata di un ipotetico e banale presente. Metodo che prosegue in altre opere, naturalmente, come in Camicia (2011), dove riproduce – con una pittura essenziale ed elementare – un semplice motivo decorativo quadrettato; e Tovaglia (2011), in cui ripropone un simile motivo.

Il lavoro successivo riflette su una condizione intrinsecamente tautologica, concependo un monocromo su una tela di piccole dimensioni, che intitola 125 ml di blu ftano, quantità e tipologia di colore impiegato per realizzare la medesima opera. Si spinge poi nell’utilizzo di materie estranee al lessico, soprattutto quando usa il dentifricio Mentadent come un pigmento nel concepimento di un altro monocromo; o quando subentra l’azione come elemento transitorio e tassativo per la nascita di una pallonata su tela, che chiaramente ne deforma il telaio e la tela bianca stessa già inchiodata a parete.

Non è astrazione, come ha rivelato egli stesso in un dialogo con Andrea Bruciati, ma è anzi una forma di ricostruzione di brandelli del reale, attraverso lo sviluppo di assemblaggi, come nel caso di un Senza titolo (2012/2013), in cui due tele sono fissate tra loro con due morsetti da cantiere, rivelando una struttura che ha radici anche architettoniche, elemento quest’ultimo, che si svilupperà in maniera più compiuta nei lavori più recenti. C’è quindi una sottesa volontà di ordine che costruisce scenari, attribuendoli il ruolo di dispositivi per ulteriori indagini.

Apparentemente lontano, ma in fin dei conti intrinsecamente legato a questo discorso, è il lavoro di analisi sulla pala Montefeltro di Piero (2013). Zanchi allestisce così un set in cui decontestualizza – ma non è l’unico esempio – l’uovo, uno degli elementi simbolici più rilevanti della grande opera; con un’attrezzatura rudimentale, lo sospende, immaginandolo all’interno dello studio di Piero al momento della sua medesima realizzazione. In fin dei conti è pittura anche questa, proprio perché con una simile operazione l’artista riflette su un meccanismo interno della pittura stessa di un maestro.

Davide Mancini Zanchi, 3 Volte 3 Volte 3, 2015, acrilico su tela
Davide Mancini Zanchi, 3 Volte 3 Volte 3, 2015, acrilico su tela

Così in Mustang, di qualche tempo dopo (2014), la tela assume una dimensione orizzontale, scultorea, e appare come sospesa su uno strato intangibile di neon giallo. Lo stesso accade con Celica, sempre del 2014, dove risulta evidente un’idea di pittura intesa come piano fisico d’azioni mentali, anche nella sua dimensione magica e irreprensibile suggerita dallo stesso neon. Azzerando le funzioni narrative della pittura, la tela diventa così uno strato cromatico e materico in cui posizionare oggetti con una mansione specifica, tangibile. Un poggiatesta, dei tovaglioli, una lampada abbronzante, uno scopettone usato, una borraccia contenente ginger, defunzionalizzate, naturalmente: a Zanchi non importa riflettere a monte sulle connessioni tra oggetti, lascia libero il pubblico di percepirle e eventualmente analizzarle.

Davide Mancini Zanchi, R Rivedere Ripensare Riproporre, veduta della mostra presso Adiacenze, Bologna 2013
Davide Mancini Zanchi, R Rivedere Ripensare Riproporre, veduta della mostra presso Adiacenze, Bologna 2013

Dopo i trascorsi interventi performativi, per certi versi domestici e volutamente autoreferenziali, e vicini a determinate indagini di Bruce Nauman, l’azione continua a rappresentare un momento fondante del suo lavoro, anche quando è propedeutica a un’opera bidimensionale, ovvero quando lancia su una tela monocroma delle palline di carta insalivate, concependo un cielo stellato tragico e insieme beffardo, che è poi la dicotomia che diversifica molte tracce del suo percorso.

 

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