Archeoarte e la luce del Faro

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Al risveglio trovo un bel post di Erminia Sciacchitano, instancabile funzionario presso il Directorate General for Education and Culture della Comunità Europea, che, rilanciando un articolo di Giuliano Volpe, ci richiama alla necessità della ratifica della convenzione di Faro da parte del nostro parlamento.

Un testo, quello della convenzione, ‘rivoluzionario’ non solo nella codificazione delle parole, ma nel loro portato dinamico, nella responsabilizzazione collettiva, oltre la trasmissione ai posteri, per la capacità della cultura di essere continuo (ovvio?) spazio di confronto e di costruzione di cittadinanza.

Un esercizio di democrazia che sia non la ripetizione stanca di uno slogan, ma che nutra con un nuovo rapporto, fatto di cura, i luoghi che abitiamo.

Alla base della democrazia, c’è l’invenzione dell’agorà, della piazza, di cui abbiamo perso il significato originale: rompere le mura del privato, per creare uno spazio che avesse il dialogo e quindi il riconoscimento di un’abitare comune al centro (ironico pensare comunque che la polis, l’invenzione dello spazio comune, nasca non in Grecia, ma dai ‘profughi’ greci sulle coste magno greche/siceliote. Dopo aver ‘svuotato’ i luoghi dagli indigeni, di fronte allo spazio bianco che si ritagliarono con la violenza, disegnarono i prodromi della nostra cultura).

La convenzione di Faro recita (art. 2a): ‘ l’eredità culturale è un insieme di risorse ereditate dal passato che le popolazioni identificano, indipendentemente da chi ne detenga la proprietà, come riflesso ed espressione dei loro valori, credenze, conoscenze e tradizioni, in continua evoluzione. Essa comprende tutti gli aspetti dell’ambiente che sono il risultato del l’interazione nel corso del tempo fra le popolazioni e i luoghi’.

Dobbiamo innanzitutto rideclinare il concetto di proprietà, in cui spesso, nella contrapposizione pubblico/privato, il pubblico è più privato del privato stesso. Ad esempio dobbiamo uscire dai musei della conservazione (e detenzione) di un sapere (rinchiuso spesso anche nelle mura accademiche), perché la conoscenza dello spazio sia consapevole di una stratigrafia di relazioni, come semplice riconoscimento e rispetto delle dinamiche che hanno nutrito i territori. Sentiamo l’esigenza di capovolgere il costrutto ottocentesco mirato a saldare le fondazioni identitarie dello stato moderno, perché musei, biblioteche, accademie, scuole, ecc. diventino luoghi non di mera osservazione, presa d’atto di un sapere, ma spazi di produzione partecipata, a ripopolare l’abitare, dai centri ‘storici’, alle storie delle periferie tutte, che esse siano fisicamente quelle delle grandi città o dei paesi in via d’abbandono o terremotati, o quelle dell’animo di una cultura, sempre più tragicamente incapace di riconoscere e dare valore alla diversità.

Dobbiamo infine uscire da un vecchio concetto di valorizzazione intimamente connesso ad un’idea estetico/economica del PIL (il santuario in rovina di un mondo del lavoro stravolto), per ridare senso profondo alla cultura non come elemento aggiuntivo, ausiliario (le ‘arti’ come conforto), ma come momento profondo e imprescindibile del ripensarci come polis, come cittadini.

Archeoarte è anche e soprattutto questo: un laboratorio in divenire per offrire non una semplice ‘mappatura’ aperta del bene, ma un modo per riconoscerci nelle storie che siamo, un percorso di rigenerazione della relazione fisica, attraverso il virtuale, con ciò che ci circonda, uscendo e confliggendo anche con lo ‘steccato’ che divide le definizioni di patrimonio materiale ed immateriale. La possibilità ad esempio di georeferenziare, riammettere/riimmettere un sapere nel suo luogo di provenienza (che esso sia un vaso antico, un edificio, un quadro o anche una carta d’archivio) non solo restituisce un senso, ma genera automaticamente dati che possono essere riutilizzati per un’oikonomia che apra a nuove produzioni nel campo dell’industria creativa e culturale (dalle applicazioni più varie nel settore narrativo, alla gamification, fino al teatro).

Un modo, attraverso la semplice condivisione aperta, perché il sapere, ridistribuito sui luoghi che viviamo, crei una consapevolezza della cultura come elemento da cui ripartire per essere quello che più non siamo. Un percorso che oltre alla produzione di dati si preoccupi di un’educazione partecipata al loro uso, passando imprescindibilmente dalle scuole, vero spazio di costruzione di nuove dinamiche e vocabolari (anche nel settore degli open data ‘amministrativi’): per crescere insieme, perché la trasmissione di un valore riparta dalla cultura come elemento reale politico consapevole della nostra comunità.

CC BY-SA 4.0 This work is licensed under a Creative Commons Attribution-ShareAlike 4.0 International License.

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